Roberto Cavallaro
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La figura umana, così, finisce col perdere di significato allorquando gli oggetti prodotti dall’uomo la allontanano dalla Sua sacralità.
Tornato a Palermo comincia il Suo nuovo periodo. Indossa nuovamente l’abito delle Sue radici, comincia a tessere gli intrecci di quei fili che aveva temporaneamente posato. Inizia una attività di tipo archeologico che lo porta, ogni giorno, a scavare nella storia della civiltà contadina per portare alla luce gli oggetti, gli attrezzi di un mondo scomparso; così con pazienza cerca e trova i resti di quella civiltà contadina soppiantata da una modernità che ha fatto credere che “il nuovo è felicità e che il passato è tristezza”.
Lasciando parlare le Sue opere è evidente che Roberto sceglie di raffigurare l’archetipo del mondo contadino siciliano. Il percorso antropologico di cui si è nutrito è sfociato in una forte emozione che si è trasferita nelle Sue opere tingendole di sacralità.
Conoscere “l’uomo” per Roberto non è, quindi, rappresentare la figura umana bensì esaltare tutto ciò che l’uomo ha saputo costruire nella semplicità e nella umiltà della vita quotidiana. Roberto, nella Sua casa-museo-laboratorio, compone gli “elementi” della Sua ricerca per poi trasferirli sulla tela mettendoli in risalto con luci ed ombre, con colori, sfumature e tonalità usando tecniche personali da Lui sperimentate così come accadeva nelle botteghe artigiane. Nascono così le immagini toccanti delle Sue tele che rievocano il focolare domestico attorno al quale si concentrava la famiglia che, nonostante le pareti fredde, trovava quel calore che era il rispetto, l’amore e la riconoscenza.
Con la Sua bravura Roberto sa parlare alla gente che ha conosciuto la pace agreste e sa offrire quegli spunti per tornare indietro e rigustare i ritmi lenti legati alla manualità, alle stagioni e ai raccolti della madre terra.

Professore Pietro Calabrese