Roberto Cavallaro
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L’arte come esercizio di stile, ma soprattutto come indagine ed interpretazione del vero che ci circonda, per proporre visioni altre, personalissime, coerenti con gli sviluppi dell’arte contemporanea e soprattutto testimonianza di un ritorno al fare come espressione fisiologica dell’artista.
Questa è, in sintesi, l’operazione che mi pare stia facendo Roberto Cavallaro, che, pur nella diversità linguistica delle sue ricerche, ritrova nel gusto della pittura una possibile indicazione, il valore, cioè, di una esigenza narrativa sentita, maturata, nel corso degli ultimi anni, in una impronta personalissima capace di contraddistinguersi nel panorama della nuova figurazione palermitana.
Roberto Cavallaro si abbandona alla seduzione del meraviglioso, cercando nel particolare il movente su cui fecondare la propria pittura.
Una intuizione che gli permette di trovare, all’interno di piccole porzioni, infiniti dettagli, minuscole esistenze coloristiche condensate a formare tessuti straordinariamente complessi, che stimolano l’artista verso una ricerca di esaltante esuberanza immaginifica: il manto di svariati animali, tratti di maschere africane o di altri oggetti, vivono in una metamorfosi compositiva che supera la freddezza dell’analisi scientifica o di tanta pittura iperrealista: Cavallaro carica la contemplazione delle cose e della natura d’una forte tensione intellettuale, attuando, tramite l’esercizio poetico del dipingere, realtà imprevedibili, nuove ed autonome.
Si svela così, un qualificante saggio di perizia tecnica, di rigore e di intelligenza interpretativa.
L’immagine raccoglie una pluralità di sensi, persino ciò che potrebbe pensarsi estremamente familiare diventa insolito, sorprendente, in virtù di una creatività magica che autorizza continui slittamenti, portando la pittura nel territorio della pura visione. Cioè nello spazio aleatorio e intangibile dell’arte.
Prof. Marcello Palminteri